Nostalgia del divieto

Puoi uscire di casa in qualsiasi momento ed è vita, in questa città. Tutto trabocca di movimento, voci, birre, cibo, libri, mani, abbracci, sguardi. Le persone dialogano, i corpi comunicano e persino le tue narici si colmano di fumo. In un angolo senti l’odore di tabacco o quello di vaniglia o quello delle canne. È tutta vita questa città, perché è mente e corpo. La dotta, la rossa e la grassa. Colore del sangue, della passione, della rivoluzione. Incrocio di quelli che ci nascono e di quelli che ci arrivano. Libri nuovi e usati, ma non abbandonati, manifesti, locali pieni di gente, biciclette che scorrono, biciclette che si rubano e rivendono. Aperitivi, mortadella, carne, prosciutto. Crudo. All you can eat, of course. E chissà perché, ma in questi momenti traboccanti di sensazioni, io becco la mia mente che canticchia le canzoni dei Nirvana. E pensavo di averle dimenticate. No, non è un paradosso. Perché “nirvana” è beatitudine, è estinzione dei desideri. In effetti, i migliori momenti che ho vissuto sono sempre stati legati a una perdita, a un istinto di morte. Ogni volta moriva una parte di me. Un desiderio, una paura. E ora, in questa piazza piena di studenti, di turisti, di marocchini “ciao bela”, di innamorati, di amici, ecco che si sveglia in me quella sedicenne ribelle con la voglia di scappare di casa. Solo che ora non c’è nessuno a vietarglielo. No, il tempo non è passato. Il tempo non passa. Passo io. E tu con me. Nevermind.

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