Non mi chiamo Milika. Mi chiamo Mìliza. Sì, con l’accento sulla prima i e immaginate che al posto della c ci fosse una z. Sì, così si pronuncia. Mìliza. Ormai, però, mi sono abituata anche alla pronuncia “milika” e quando qualcuno mi chiama o telefona chiedendo “parlo con milika?”, io rispondo “sì, sono io” (anche se, in realtà, non sono io). Ecco perché, per evitare discussioni e spiegazioni inutili nelle situazioni in cui bisogna sbrigarsi quanto prima, dire soltanto il proprio nome e basta, io non dico più il mio nome. Quando ordino una pizza, quando aspetto in fila, quando prenoto una visita, i biglietti, cena eccetera, dico di chiamarmi Maria o Elena o Angela. In questo periodo mi chiamo soprattutto Elena. E sicuramente non a caso ho scelto questi tre nomi. Le loro melodie esprimono un sentimento particolare e ognuna di esse è legata a un mio stato d’animo. Dunque: piacere, Elena/Maria/Angela. Però, non è sempre così facile. A volte non si scherza (anche se io, credetemi, non scherzo nemmeno quando sono elenamariaangela) e devo dire come mi chiamo veramente. Accidenti se il mio interlocutore deve pure annotarsi il mio nome corredato dal cognome. La migliore delle situazioni è questa:
– Milica Marinković.
– Come?
– Si pronuncia con la z, ma si scrive con la c. Come se dovessi dire “milika”. Nel cognome, invece, c’è la kappa.
– Aspetta, aspetta. Mi fai lo spelling?
– Volentieri!
E vissero tutti felici e contenti.
Ovviamente, non sempre sono così fortunata. Spesso, come sente il mio nome, l’interlocutore chiede di dove sono. Quando dico che sono Serba, non potete immaginare tutti i commenti che io possa sentire. A volte, anche se siamo a luglio: “fa freddo ora in Serbia?”. Oppure: “Tifi per Partizan o Crvena zvezda?”. La mia risposta sarebbe “non me ne frega un ca**o”. Non ci credereste, ma capita pure: “Che ore sono adesso lì?”. WTF?! Oppure: “Ma è vero che siete tutte così belle in Serbia?”. Provare per credere, direi. Oppure: “Ah, sono stato a Dubrovnik!”. Dopo quest’ultima, ci sarebbero mille e mille interpretazioni da fare. Ma di solito mi viene da dire: “sì? Anche io sono stata a… Vienna, per esempio”. Oppure: “come si vive ora in Serbia?” e così via. Comunque, poco tempo fa mi è capitata una bellissima.
Al negozio Fastweb.
– Milica Marinković. (E per facilitare, pronuncio all’italiana.)
– Come, scusa?
– Aspetta, ti do il documento, così fai prima.
– Ma no, dai.
Mi fa vedere scritto “milika”.
– Così?
– No, con la c al posto della kappa.
– Ok. E il cognome?
– Con la kappa.
– Bene. Così?
Sì, ha scritto con la kappa, ma forse per impressionarmi, alla fine ha messo CH. Dunque: Marinkovich. Io cancello l’acca e scrivo correttamente: Marinković. Lui:
– Ah, con l’accento…
– No, non è un accento, però non importa. Va bene Marinkovic, anche senza “accento”.
– Ok, ora spero di cavarmela meglio con l’indirizzo mail!
– Beh, sì, ora che la prima operazione è compiuta, sarà facile. Semplicemente, solo: nome punto cognome chiocciola gmail punto com.
E mentre non vedo l’ora di firmare e di andarmene, lui, impaurito, chiede “Così?” e mi fa vedere questo: “nome.cognome@gmail.com”.
Da spararsi o da spararlo?
Ma, ditemi voi, sono io che non so spiegarmi o il mio nome è davvero da evitare? Se nomen est omen, da evitare sarei, poi, io.

Annunci