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VIVABABYLONIA

Milica Marinković

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Racconto

Midnight in Paris di Milica Marinković

Campo de’ Fiori della capitale serba. Ovvero, Cvetni trg di Belgrado. Un giorno di primavera del 2003, più precisamente del mese di aprile. Da nessuna parte al mondo aprile è così bello come a Belgrado e ne è testimone anche una splendida canzone, intitolata April u Beogradu, che significa, appunto, Aprile a Belgrado. Erano passati appena quattro anni dall’inizio del bombardamento del mio Paese da parte della NATO. Un bombardamento che è durato ben settantotto giorni, senza neanche uno di tregua. Quel giorno di aprile, però, sembrava essere lontano da tutto ciò. Il sole brillava più che mai dallo stesso cielo dal quale cadevano le bombe, come la pioggia. I fiori sbocciavano, la freschezza dell’aria era giusta e tutto sembrava perfetto. Quello che portava un po’ di nostalgia autunnale era la preoccupazione dei miei genitori, soprattutto di mia madre. Certamente, anche mio padre era un po’ ansioso, ma non lo dimostrava tanto. Lei si comportava come se io stessi partendo in un altro pianeta per non tornare mai più. E, invece, stavo andando soltanto a Parigi. Dico “soltanto”, perché, in effetti, andare a Parigi ormai è diventato così semplice. Prendi un volo Ryanair, atterri a Paris Beauvais, passi più di un’ora osservando la monotona campagna parigina fingendo che tutto sia così splendido perché finalmente sei a Parigi. Ma nel 2003 non era così. Andare a visitare la capitale francese non significava partire soltanto per Parigi. Soprattutto non per me.

Tutto era iniziato nel 1998 con un vero e proprio coup de foudre, anche se ancora non sapevo pronunciarlo così. Un colpo di fulmine verso la lingua francese. Avevo già da tempo studiato l’inglese, ma non avevo mai sentito la gioia nell’incontrare qualcosa di nuovo, come quel giorno grazie alla mia insegnante francese. Le domande che faceva le capivo subito, neanche io sapevo come. Rispondevo in serbo, chiaramente, e subito dopo imparavo a farlo anche in francese. L’invidia dei miei compagni di classe non è mancata: «È facile per te quando non sai dire bene la erre». Non riuscivo a spiegare loro che io non sapevo nemmeno come fosse la erre che pronunciavo. Non mi ero mai ascoltata. Sapevo di avere la erre moscia, ma per me era normale. Quando l’insegnante di francese lo notò, io, sinceramente, non mi sentii molto fortunata, perché nonostante la mia erre naturalmente francese, imitavo quella che pronunciava lei. E poi, credetemi, avere la erre moscia non equivale affatto a essere portati per la lingua francese. Assolutamente no. Comunque sia, da quel giorno dedico tutta la mia anima alla lingua francese e l’amore dura ancora. Ecco perché, quando nel 2003 ho avuto l’opportunità di viaggiare a Parigi con un gruppo di studenti del mio liceo, la mia felicità ha raggiunto il suo apice. Piangevo per l’emozione che sentivo. Finalmente avrei visto la Tour Eiffel, le Louvre, Notre-Dame. Avrei comprato i libri dai bouquinistes lungo la Senna, forse avrei fatto anche un giro col Bateau Mouche. Ancora prima di partire avevo già programmato ogni giorno della settimana parigina a venire. Ed ecco. Finalmente la partenza. In pullman. Ventisette ore di viaggio. Finalmente arrivati, stanchi morti. Mentre il pullman passava per le strade parigine portandoci verso il nostro albergo, io cercavo qualsiasi segno che mi potesse confermare di trovarmi veramente a Parigi. Però, nulla. Tanti magrebini, negozietti di frutta, ogni tanto leggevo café, coiffeur, pâtisserie, chez Michel, boulangerie. Mi dava maggiore sensazione di trovarmi a Parigi il mio manuale scolastico. Un po’ delusa, sono scesa dal pullman e sono salita nella camera d’albergo con altre due amiche. Dopo aver constatato la non perfetta igiene francese, siamo uscite dalla stanza. Non smettevo di ripetermi “Sei finalmente a Parigi, non pensare ad altro!”, ma non era così facile. Cioè, io ero l’unica nel nostro gruppo che andava matta per il francese, di solito una materia scolastica odiata, e per Parigi. Le mie amiche non capivano la mia delusione. Per loro tutto andava bene più o meno, avendo già notato tante vetrine dei negozi e delle profumerie che attiravano i loro sguardi.

Il pomeriggio era riservato alla visita del Centro Georges-Pompidou che sinceramente non mi piaceva tanto. Poi, nel parco davanti alla struttura moderna, mentre aspettavamo la professoressa che ci guidava, ci osservava un voyou quarantenne e ci chiedeva da dove venissimo, da chi fossimo accompagnate etc. Altre ragazze non capivano un tubo e gli rispondevano in inglese che lui, ovviamente, non capiva. Io non volevo dire niente, perché lui sicuramente non era la prima persona parigina che avrei voluto incontrare. Quando finalmente siamo entrati nel Centre Pompidou, abbiamo iniziato a salire, salire e salire. E siamo saliti per vedere i tetti parigini. Secondo me, nessuna città al mondo ha i tetti così brutti come Parigi. Tutti neri, bagnati dalla pioggia, umidi, dritti, insomma, nulla di bello. Mentre la professoressa sospirava quasi ad alta voce per tanta bellezza, io, a un certo punto, ho notato una sagoma. Ho avvicinato il mio viso al vetro, mi sono stropicciata gli occhi e… sì… non ho sbagliato. Il cuore ha cominciato a battermi da matti. Finalmente stavo a Parigi! Quello che si intravedeva da lontano, sì, era la Tour Eiffel! Solo in quel momento la mia mente ha veramente capito di aver realizzato uno dei suoi grandi sogni: vedere Parigi.

E tutto è divenuto più bello. Tutto è diventato parigino. Vedere Parigi per me significava, in effetti, vedere i suoi monumenti, ma non la vera vita dei parigini. Loro erano gente ordinaria e, in quella massa di turisti di tutte le parti del mondo, non si distinguevano tanto. Mi è sembrato un po’ anche un viaggio nel tempo. Vedevo tante donne, sicuramente non di Parigi, vestite in maniera vintage, seguendo la moda della Parigi degli anni Cinquanta, mentre nelle boutiques si poteva trovare di tutto. Mi sono resa conto che Parigi non era solo la capitale del mio mondo, bensì della moda, dei profumi, degli artisti di strada, dei panini fatti con les baguette, durissimi da mangiare, delle colazioni composte da cornetti caldi e da spremute d’arancia. Già il secondo giorno mi sentivo parigina pure io. Mi sono svegliata felicissima, non vedendo l’ora di scendere e di vedere tutto ciò che era in programma della seconda tappa del nostro soggiorno. Ed era prevista niente di meno che la Tour Eiffel.

Costruita nel 1889 per l’esposizione internazionale, la Tour Eiffel era odiata da tanti parigini. Non ci vedevano altro che una bruttissima struttura di ferro che rovinava l’aspetto ottocentesco della città. Quando l’ho saputo a scuola dalla mia insegnante, non riuscivo a capire perché tante persone si opponessero alla costruzione di un monumento che sarebbe diventato il più grande simbolo del loro Paese. Come mai non gli piaceva la Tour Eiffel?! Sarebbero dovute essere fiere di avere un ingegnere così bravo da aver costruito uno dei più famosi monumenti del mondo. Ma, in effetti, a che cosa serviva? A nulla. Comunque, quel giorno non ci pensavo a tutte queste cose. Ero curiosa di salire all’ultimo piano e di vedere Parigi dall’alto. Non per i tetti, ma per vedere com’è stare così in alto, com’è trovarsi quasi sulla cima della Tour Eiffel. Non avevo nemmeno immaginato che la visita sarebbe durata quasi tutto il giorno. Proprio quando stavamo per scendere, il personale ci ha detto di aspettare. Abbiamo aspettato almeno quaranta minuti. In effetti, perché Gustave Eiffel aveva costruito la sua torre? Non ci si poteva fare niente durante l’attesa. La nostra impazienza saliva e noi siamo finalmente scesi, ma solo al secondo piano. Lì ci hanno detto di aspettare ancora. E abbiamo aspettato. Più di un’ora e senza sapere il perché. Quando siamo scesi davvero, abbiamo visto macchine della polizia, tanti giornalisti e un corpo coperto con un tessuto che sembrava fatto dalla carta di alluminio dorata. Sì, un corpo morto. Qualcuno aveva deciso di finire così la propria vita, gettandosi dalla torre. Nessuno capiva quando l’aveva fatto, come; c’era tanta gente intorno. Poco tempo dopo la polizia se n’è andata portando via il corpo e ognuno ha preso la propria strada.

Ora, nel momento in cui mi ricordo di quei giorni passati, tutto sembra così lontano. La mia insegnante di francese, i miei che mi accompagnano a prendere il pullman, gli anni dei miei studi, il mio lavoro, i miei studenti liceali. Dal 2003 ho rivisto Parigi varie volte e ogni volta mi ha offerto qualcosa di nuovo. Momenti di gioia, di amore, di passeggiate romantiche, di studi intellettuali, di letture in solitudine e in compagnia. Soprattutto dei momenti in due. Con lui. Non amava tanto la Parigi attuale, però amava me. Mi faceva sentire la pioggia di Parigi quando nel nostro appartamento faceva troppo caldo, oppure mi gettava in una delle tante fontane parigine ogni volta sotto la doccia. Sembrava l’amore vero. L’amore parigino. Il bacio alla francese era perfetto solo con lui. E tutto ciò mi manca. Sto all’ultimo piano della Tour Eiffel e mi ricordo di tutto ciò che è passato. Del mio amore per questo mondo dove la erre è moscia.

Ci ripenso dopo diciotto anni dalla mia prima volta a Parigi. Ho deciso di venire qui per sentirmi meglio, invece mi sento peggio. Ivan e io ci siamo lasciati nel peggiore dei modi. Sì, sono stata molto stronza, ma se l’è meritato. Si sarebbe meritato anche di peggio. Ora sto qui e osservo il cielo parigino. Cerco un raggio di sole che mi possa dare una risposta, una speranza, ma subito dopo mi ripeto che la speranza non serve, perché lui non merita il mio amore. Comincio a piangere e decido di scendere. Vagabondo per i quartieri parigini, ormai ben noti alla mia mente. Je flâne… Un po’ mi sento a casa qui. Ecco perché ho deciso di venirci dopo il giorno più brutto della mia vita. Non volevo dire niente a nessuno, neanche ai miei genitori. La storia più romantica del mondo è finita, dopo sei anni, dopo i preparativi per il matrimonio, dopo l’anello che gli ho gettato in faccia dicendogli le mie ultime parole, prima di sbattere fortissimo la porta e di andarmene. Per sempre. Tutto ciò una settimana fa.
Una settimana di digiuno, pianti, numero infinito di messaggi ai quali non ho risposto. Volevo solo prenotare il mio volo per Parigi dove ritrovarmi da sola, iniziare da capo la mia storia francese dove lui era soltanto un intruso. Desideravo perdermi nelle librerie parigine, cercare i nuovi manuali per i miei studenti, pensare al lavoro, alla vita quotidiana, dedicarmi ai miei interessi. Sembrava così facile, lì, nella mia camera. Sembrava che, una volta arrivata qui, tutto sarebbe stato dimenticato e io avrei superato il dolore. Avevo sopravvalutato il potere di Parigi. E avevo sopravvalutato anche i miei poteri. Di lui, non ne parliamo proprio. Avevo sopravvalutato quell’essere che sembrava mio. E invece era di tutte.

Neanche la città delle luci sembra più bella. Non noto le sue particolarità e la malinconia non mi abbandona. Dopo tante ore di cammino, mi trovo in un angolo che non conosco, che non ho visto mai prima. Intorno a me solo palazzi condominiali, un piccolo parco dove giocano i bambini di diverse etnie, con le mamme sedute sulle panchine. Alcune coperte di velo. Sto per rivolgermi a una di loro per chiedere come trovare la fermata della metro più vicina, ma cambio idea, come sempre. Anche Ivan diceva che cambiavo troppo spesso e troppo velocemente le mie idee. Almeno non cambiavo uomini, come faceva lui con le donne. Gliel’ho pure detto, quel giorno, ma lui mi rispondeva che la sua idea per la vita ero io. Che le altre appartenevano al passato. Io non ci capivo più niente, solo sentivo. Sentivo un dolore atroce che mi rendeva incapace di pensare, di avere qualsiasi idea sulla nostra situazione. Dunque, con questo pensiero cambio veramente idea e ricomincio a vagabondare. Sono le quattro di pomeriggio, più o meno. A colazione ho preso solo un caffè e una spremuta d’arancia. Caffè amaro come mai, spremuta acida come mai. Non ho pranzato, ma non ho fame. Solo amarezza. Del cuore, non del caffè. Il mio errare mentale viene interrotto da una voce melodica: «Mademoiselle! Mademoiselle!».
Mi fermo e vedo venirmi incontro un ragazzo di colore, con un sorriso allegro, i denti bianchissimi, con un jeans strappato, una camicia larga ed estiva, piena di fiori. Per un attimo penso a me e all’enorme differenza tra me e quest’uomo. Lui mi fa un segno con la mano, come se volesse dirmi di aspettarlo che attraversi la strada. Io piantata lì, non capisco niente, ferma, davanti agli sguardi di poche persone che osservano la scena dal bar vicino, evidentemente l’unico nel quartiere. Il ragazzo si avvicina e finalmente capisco cosa vuole dirmi. Sicuramente abita lì vicino e comincia il suo pomeriggio di lavoro, fermando i turisti ai quali vende i bracciali che fa davanti a loro al momento, prendendo la mano con tanta spontaneità e intrecciando i fili di cotone. Gli dico che non mi serve il braccialetto, di averne tanti, di non avere soldi, di non essere la persona giusta a portargli fortuna per una giornata di lavoro. Lui continua a sorridere e non smette di fare il suo bracciale. A quel punto esce un uomo dal bar e comincia a chiamare il ragazzo, facendogli un occhiolino come se volesse dire “smettila”: «Yves! Yves! Vieni qua!». Volevo rispondere che il ragazzo non mi disturbava, forse l’unica a disturbare ero io, col mio aspetto da zombie. Lo volevo fare, ma Yves (che nome maledetto!) mi precede rispondendo all’uomo del bar di avere fretta e dicendo a me di non volere un euro per il bracciale, ma un mio sorriso. Faccio un sorriso spontaneo, ma senza vita, senza allegria. Lui dice che il mio viso sorridente è molto più bello di quello triste e che nessuno si merita la mia sofferenza. Sorride ancora. I suoi denti brillano più del sole primaverile. E se ne va. Lo guardo e gli dico grazie ad alta voce, ma lui è già un bel po’ davanti a me. Si gira e mi fa il segno della pace, come se volesse dirmi che la mia separazione non è importante. Come fa a saperlo? Dopo un paio di minuti mi sveglio dai miei pensieri e vedo che l’uomo del bar sta ancora davanti alla porta. Sta fumando. Lo spazio si è svuotato. Mi invita a prendere un caffè. Io, pensando a un altro caffè amaro, sento il mio intestino gemere. Gli rispondo che preferisco un bicchiere d’acqua e ci entro.

Sul banco si trovano tanti fumetti, dischi e libri usati, sembra più una bancarella di mercato che il banco di un bar. Il barista ha una cinquantina d’anni, gli occhi chiari, non tanti capelli. Una volta dovevano essere stati biondi, adesso piuttosto bianchi. Alto e magro, dallo sguardo sempre rivolto verso l’infinito, come se stesse pensando ad alcuni segreti noti solo a lui. Nonostante abbia questo aspetto misterioso, sembra franco. Si chiama Jean. Mi chiede come mai parlo così bene francese e dopo la mia risposta mi dice che i miei studenti sono sicuramente felici di avere un’insegnante come me. Gli sorrido. «Oh! Finalmente un sorriso!». Rispondo con un altro sorriso, ora più sincero. «Dai, smettila. Penserò che ridi perché sono ridicolo io!». «Ma no! Sei simpatico. Grazie. Non sorrido da dieci giorni». «Si vede, sai?». Non so che cosa rispondere. Rimango in quel bar con lui e con pochi clienti che ogni tanto entrano ed escono. Jean mi lascia riflettere, mi prepara un tè, porta anche i biscotti. Passo lì più di due ore. Jean non chiede tanto. Mi osserva, ma non dà fastidio. Guarda solo i miei occhi, le mie mani che toccano i capelli, il viso e la testa che parlano al posto mio. E al posto del mio cuore. Sto per andarmene e lui mi dice di conoscere il segreto per risolvere i miei problemi di cuore. «Si vede così tanto, Jean?». Non dice niente. «Risolverli come? Qual è il segreto?». Mi chiede dove si trova il mio albergo. Dice che lo conosce bene, non è molto lontano dalla Gare de Lyon. «Vai ora a riposare un po’ e ci vediamo stasera alle dodici meno dieci di fronte alla stazione della metro vicina al tuo albergo. Vedrai un’edicola che, chiaramente, sarà chiusa a quell’ora.
Aspettami lì davanti, verrò a prenderti in macchina». «Cosa? Ma tu sei fuori! E dove mi porti?». «Vedrai. Se non ti fidi, non venire, va bene?». «Ci penserò». «Ricordati che ti sentirai meglio. Te lo prometto». «Grazie, Jean. Ciao». «Ciao».

Non ha insistito e io non amo le persone che insistono. Non ha cercato di convincermi. Perciò ho sentito che mi sarei presentata davanti a quell’edicola la notte stessa.

L’edicola è quella che mi piace più di tutte a Parigi. Antica, vende solo i giornali, niente ticket per la metro, niente ticket vari, niente cartoline. Solo giornali. Ci lavora un giornalaio anziano e serio che mi saluta ogni volta che mi vede, dato che ho soggiornato nell’albergo di fronte decine e decine di volte. Non mi ha mai chiesto da dove venissi, però mi ha sempre trattata quasi come una conoscente. Ovviamente, compro solo da lui i giornali quando sto a Parigi.

Ora, tornando all’albergo, ripensando a Jean, vedo il giornalaio che mette i giornali all’interno dell’edicola, sta chiudendo. Mi saluta, ma non come sempre. Questa volta osa addirittura un sorriso. Misterioso. Entro nella mia camera pensando al giornalaio. Ne sa qualcosa? Sa qualcosa del mio prossimo incontro notturno davanti alla sua edicola? Perché mi ha guardata sorridendo per la prima volta da quando ci conosciamo, e posso dire di conoscerlo da almeno sette anni? Forse è solo una mia suggestione, dato che, tornando, non ho pensato a nient’altro che all’edicola chiusa e all’incontro con Jean. Mi distendo sul letto e mi accorgo che, da quando Jean mi ha proposto di incontrarci, fino a questo momento, non ho pensato a Ivan. Ero altrove. Ero in un mondo diverso, dove non sentivo alcun dolore, alcuna sofferenza. Cerco di dormire un po’, sono le otto.

Mancano quasi quattro ore fino all’appuntamento con Jean, davanti all’edicola. Chissà dove mi porterà e quanto tempo ci resterò, ma non ho nessun brutto presentimento. La mia curiosità combatte il mio dolore. Non ho chiesto a Jean nemmeno di che tipo di posto si trattasse. Come mi dovrei vestire? Cerco di immaginare lui in tutti i modi possibili per indovinare un po’ il suo stile, la gente che frequenta. Però, il suo jeans vecchio e bianco e la sua maglietta blu non mi dicono tanto. I suoi occhi, ovvero il suo sguardo, sì. E lo sguardo mi porta in un tempo passato, in un tempo di poesia e di arte, in quella stessa Parigi che io conoscevo ancora prima di vederla. Che immaginavo durante le mie lezioni di francese nelle scuole medie. Ma, anche se lo sguardo di Jean mi porta ora nei tempi di una Parigi passata, non posso immaginarlo in un ambiente così lontano. E poi, il mio problema più impellente è la mia valigia, ovvero i vestiti che ci stanno dentro, tutti spiegazzati. Non li ho tirati fuori quando sono arrivata e poi, non c’è nulla di bello. Un paio di jeans, magliette, cose che indosso ogni giorno. La valigia non offre nulla di elegante. Preparandola, non ho minimamente pensato ad alcun tipo di divertimento, ad alcun motivo per portare almeno un abito decente, un paio di scarpe che mi piacevano, una borsetta serale.

Salto dal letto uscendo velocemente dalla stanza per cercare qualsiasi negozio di abbigliamento e trovare un abito. Sono quasi le otto e mezza. Ci sono pochi negozi nelle vicinanze dell’albergo. In effetti, ho scelto questo albergo più di sette anni fa e non l’ho mai più cambiato proprio perché non è circondato da tanti negozi nonostante si trovi in centro. Chiedo alla ragazza della reception se conosce una boutique nei dintorni e lei mi indica alcuni nomi, dicendo che probabilmente sono chiusi o che stanno chiudendo. Io mi precipito nella direzione indicata e, sì… Sono tutti chiusi. Scoraggiata, mi soffermo per un attimo per pensare che cosa fare, se è veramente necessario comprare un vestito nuovo. Guardo intorno a me e noto un’insegna antica dall’altro lato del boulevard. Dall’interno proviene una luce calda, gialla. Dall’aspetto delle vetrine direi che ci sono dei vestiti all’interno, ma non sono sicura di che cosa si tratti. Di una sartoria, forse. O di un laboratorio di moda. Non lo so. Attraverso la strada correndo per paura di trovare la porta chiusa. Arrivo e ci vedo dentro una signora di una raffinatezza unica, che non ho visto mai prima. Le chiedo delicatamente se è ancora aperto. La signora dei capelli bianchi, senza trucco, ma con un viso splendido, mi risponde che il negozio è aperto per le clienti. Sorrido e chiedo di dare uno sguardo. Lei mi dice di farlo con calma e che lei non chiude mai prima delle dieci-undici. Che quel negozio è la sua vita. Parigi di altri tempi, moda di altri tempi. Un negozio di vestiti vintage. Nonostante il mio amore per la Parigi di una volta, per tutte le cose passate e il mio innato lato romantico, non ho mai osato indossare un abito vintage. Mi piace molto quello stile, nei negozi di quel genere ci entro spesso, ogni volta che li vedo. Ma lo faccio solo per ammirare la bellezza degli anni meravigliosi, oramai lontani. La signora non si rivolge a me, né mi osserva. In genere non sopporto le commesse del ventunesimo secolo che seguono ogni mio passo e ogni mio movimento all’interno del negozio. Lei mi lascia guardare, dicendo soltanto che le clienti di solito rimangono a lungo nel suo negozio e che lei non ama intromettersi, ma di non esitare a chiedere qualsiasi cosa qualora ne avessi bisogno. La ringrazio e inizio il mio viaggio nel tempo. Tutta la merce è distribuita in quattro sezioni, con le scritte sopra. “Années 40”. “Années 50”. “Années 60”. “Années 70”. Si comincia dagli anni Settanta che si trovano a destra una volta superata la soglia dell’ingresso. È anche la parte meno ricca. Poche gonne, alcuni jeans a zampa di elefante, belle borse a tracolla, camicie piene di fiori, nastri per i capelli. Mi sono ricordata dei tempi del liceo e di quanto andavo matta per tutta questa roba. Gli anni Sessanta e tanti capi simili a quelli che ho già nel mio armadio. Non ho mai pensato che mi vestivo da anni Sessanta. Forse, abbinati a modo mio, i miei vestiti non danno quell’aspetto. Qui la modella del reparto sembra una diva del cinema. Continuo a guardare, decisa a non prendere nulla neanche dagli anni Sessanta. Voglio una cosa diversa. Vediamo un po’ gli anni Cinquanta. Vestiti stupendi, a forma di A, gonne ampie, bustini stretti. Disegni bellissimi che esprimono tanta serenità e allegria. Decido di vedere rapidamente cosa c’è negli anni Quaranta per poter tornare agli anni Cinquanta ed esaminare tutto per bene. Sento che lì mi aspetta il mio vestito. In effetti, gli anni Quaranta non mi attirano tanto. Preferisco i colori precedenti.

«Come ti ho vista all’ingresso, ti ho subito immaginata in questo vestito». La signora, che stava leggendo una rivista di almeno trent’anni fa, si alza e inserisce il suo sottile braccio tra i vestiti anni Cinquanta. Prende un vestito rosso scuro e me lo mostra. Rimango senza fiato per quanto è bello. In realtà è semplice, ma così splendido. Arioso, senza maniche, con una scollatura bellissima, decisamente l’abito più femminile che io abbia mai visto. «Ti piace, vero?». «È meraviglioso! Come lo sapeva?». «Bella mia, sono cresciuta in questo negozio. Apparteneva a mia madre. Ho passato tutta la vita con le donne e con i vestiti che sceglievano. E che io sceglievo per loro. Un vestito non è mai solo un vestito. Soprattutto un vestito vintage. Vedi, questo qui è perfetto per te, ma potrebbe passare inosservato su un’altra donna». «È vero. Che cosa potrei abbinare a questo vestito?». «Vedi un po’. Scegli qualche dettaglio. È per un’occasione particolare? Dove devi andare?». «Ah, non lo so, signora. Ma vorrei un bel vestito. Ecco».

Anche lei sorride come il giornalaio. Che cosa succede? Sto immaginando i sorrisi rivolti a me o sono veri? Forse sto immaginando il loro messaggio. Ovvero che le persone che sorridono sappiano del mio appuntamento con Jean.
Continuo a cercare e trovo un paio di bellissimi guanti di raso nero, lunghi. Lei mi fa vedere un paio di scarpe nere laccate e una pochette sempre di raso nero.

«Non mettere nessuna collana. Prendi questo anello». L’anello è dorato, con tante perle bianche sopra che formano un fiore. Accetto i suoi consigli e vado a provare tutto. Sto veramente bene. Non sembro io. Mi divertirei ancora a provare tutti questi abiti, ma non c’è molto tempo. Comunque, mi prometto di non cambiare mai più il mio stile. Da questo momento indosserò sempre i vestiti vintage. Piaccio anche alla signora. Ho notato grazie alla sua espressione quando sono uscita dal camerino. «Ma sei meravigliosa! Guardati! Dove è sparita quella ragazza confusa di poco tempo prima?». «Oh, veramente sembravo così confusa? Stavo cercando disperatamente un negozio di abbigliamento. La luce che proveniva dalla sua boutique mi ha illuminato la mente. Grazie, signora. Prendo tutto. Vado a cambiarmi ora».

Lei mette tutti i capi in una busta di carta color cipria. Tutto è profumato da un profumo antico, ammaliante. Le pago e sto per uscire quando sento la sua voce che mi dice di aspettare. Mi offre una bellissima sciarpa che non era sistemata da nessuna parte nei quattro settori di abiti. L’ha presa da un camerino che sta accanto a quello delle prove. «Stasera farà fresco. Prendi questa. È un regalo. I capelli lasciali così. Sono belli così sciolti. Mettiti solo un po’ di rossetto e sarai perfetta, una diva anni Cinquanta». «Ma che gentile! Grazie, grazie, signora! Passerò di nuovo domani». Mi saluta sorridendo a modo suo. Con uno sguardo intrigante, ma buono, con le labbra che sorridono timidamente, ma sinceramente. Torno in albergo e la ragazza della reception mi chiede se avessi trovato un negozio. Le dico di sì, mostrandole la busta piena di vestiti.
«Oh, che buon odore che fuoriesce da questa busta! Ma che negozio è? “Le rêve d’Émilie”? Mai sentito. Ma è qui vicino?». «Sì, non molto lontano dai negozi che mi aveva indicato. Purtroppo, erano già chiusi». «Mi dispiace. Ma vedo che ha comunque trovato delle belle cose». Prendo le chiavi e salgo nella mia stanza.

Appoggio la busta color cipria sul comodino. Leggo la scritta sulla busta, la stessa che ha letto anche la receptionist. “Le rêve d’Émilie”. Il nome del negozio. Ma chi è Émilie? La signora o sua madre? O nessuna delle due? Guardo l’orologio, sono le dieci passate. Ma sono davvero rimasta così tanto in quel negozietto? Mi è sembrato un attimo. Mi tolgo le scarpe, anche i vestiti, ed entro sotto la doccia. Mi piace l’acqua che cade sulla mia pelle, sulla mia testa. Mi rinfresca i pensieri. Ripenso a tutto quello che è successo da quando mi ero persa in quel quartiere fino a pochi minuti prima. E mi rendo conto di non aver pensato a Ivan e al nostro amore finito per ben cinque o sei ore. È questo quello a cui pensava Jean quando mi ha detto che conosceva il segreto? Però non sono ancora andata da nessuna parte con lui. E poi, è ancora presto. Mi asciugo velocemente i capelli e comincio a vestirmi. Intimo, collant, vestito. L’ho infilato così delicatamente, sentendo tutta la sua morbidezza come un velo che avvolge il mio corpo. Mi spruzzo sotto le orecchie due gocce di profumo. Almeno quello è sempre stato un classico che mi dà un tocco di vintage anche quando mangio al fast food o quando vado al corso di zumba. Chanel N ° 5. Mi metto anche i guanti, l’anello e le scarpe, ma me li tolgo subito per potermi truccare con più comodità e per ammazzare il tempo. Rimetto di nuovo i guanti, l’anello, le scarpe. Prendo anche la pochette. Mi fermo per un attimo per pensare a come riempirla. Alla fine ci inserisco il portafoglio, il cellulare, il rossetto e lo specchietto. Sto per uscire e mi guardo al grande specchio appeso sull’armadio. Ma sono davvero io? Prima di chiudere la porta tiro fuori il cellulare dalla borsetta. Lo butto giù sul letto, non c’entra proprio nulla con il mio look vintage di stasera. Torno per chiudere la finestra e noto la sciarpa regalata da Émilie o da sua figlia. In effetti, l’aria è fresca, così come aveva detto la signora. Ma… come faceva a sapere che io sarei uscita stasera? Mi ha dato la sciarpa dicendo che la serata sarebbe stata fresca. Ci sono davvero tantissime cose accadute in così poco tempo che non capisco.

Mi guardo allo specchio e mi chiedo cosa direbbe Ivan di questa me diversa. Gli piacerei? Mentre me lo chiedo, mi rimprovero contemporaneamente. Non mi dovrebbe interessare più. Non dovrei pensare a lui. Più mi guardo, più sembro ridicola a me stessa. Non mi trovo più bella e affascinante di qualche minuto prima. Ecco cosa mi fa Ivan, portavoce di tutto ciò che è brutto intorno a me e dentro di me. Forse Jean è già arrivato e mi aspetta davanti all’edicola? È una cosa pazzesca. L’ho incontrato oggi pomeriggio e in un niente accettato il suo invito notturno. Non si tratterà mica di una bella presa in giro? Lo immagino ancora davanti a quel minuscolo bar, pieno di oggetti antichi. Di oggetti… vintage. Lo vedo ancora lì, mentre fuma la sua sigaretta e guarda verso l’infinito. Rivedo nel cielo i suoi occhi così blu come se provenissero da chissà dove, da un rêve, così come c’era scritto sull’insegna di legno sopra l’ingresso al café. Oddio! “Le rêve d’Émilie” e “Le rêve”! Attirata da questa strana coincidenza, incuriosita da un mondo che aspetta solo me, esco velocemente dalla camera e scendo. Alla reception lascio le chiavi e la ragazza sbalordita, come se accanto a lei fosse passato un fantasma. È vero, fa fresco. Mancano dieci minuti all’appuntamento con Jean. Vorrei andare a vedere velocemente se la boutique vintage è ancora aperta, ma temo di non farcela. Attraverso la strada e mi trovo davanti all’edicola. Sembra che non ci sia nulla di strano. Il giornalaio non c’è. Tutto sembra deserto. Non c’è un’anima viva, e pur siamo a Parigi. Non è neanche mezzanotte. Mi rendo conto che, nonostante tantissimi giorni e soggiorni a Parigi, non mi sono trovata mai così tardi sulle strade parigine, soprattutto non da sola. Forse proprio questo mancava un po’ a Ivan e a me? Passare più tempo fuori? Non ci capisco più niente. Stavamo così bene da soli, adoravamo la nostra intimità, ma ora penso che sia stato proprio quello a ucciderci. Essere troppo e sempre soli. Non abbiamo mai fatto una vera e propria follia. Mai. Per esempio, passare un’intera notte sotto la pioggia. O almeno una mezzanotte, come sto facendo ora io a Parigi. Mezzanotte a Parigi. Dove ho sentito qualcosa di simile? Cerco di ricordarmelo e mi allontano dalla realtà (ma sono nella realtà?).

All’improvviso, sento il suono del clacson. Due volte. Mi giro e vedo una Cadillac Eldorado nera. La macchina si ferma. La porta si apre. Jean sorride. «Jean, ma che cos’è tutto questo? Non sai tutto ciò che è successo. Dimmi che non sogno. Dimmi che questo non è un sogno!». «No, non è un sogno. L’unico sogno qui sei tu, Signorina Anni Cinquanta. Bellissima! Prego, può salire». «La ringrazio!». Rispondo a Jean e felicissima salgo in macchina. Durante il viaggio la brezza primaverile accarezza i nostri visi, i miei capelli volano, io stringo la sciarpa sempre più vicina a me. Jean guida piano, Parigi sorride, le stelle sono così vicine. Sembra un viaggio verso il cielo stellato. «Siamo arrivati, Mademoiselle». Ci fermiamo davanti a una palazzina stretta e alta, di un’architettura meravigliosa. Sembra un piccolo teatro o un’opera. Pare che dentro non ci sia alcuno. «Jean, dove siamo? Me lo dici?». «Siamo lì dove capirai te stessa. Dove capirai il tempo che ti invade. Non aver paura, ti divertirai. E non pensare di essere in una fiaba. Ricordati che Cenerentola doveva tornare a mezzanotte. Invece è proprio dopo che inizia il vero divertimento». Me lo dice così impaziente, come se non vedesse l’ora di inizare a festeggiare. Non so che cosa. Non riesco nemmeno a immaginare, a supporre. Usciamo dalla macchina e noto che anche lui è vestito nel mio stesso stile. Jean mi dà la sua mano e lasciamo la Cadillac proprio davanti al palazzo. Non ho mai guidato a Parigi, ma immagino che la multa per un parcheggio del genere sia così cara da non poterla pagare. Entriamo senza bussare alla porta principale. Jean mi porta lungo il corridoio verso un ingresso laterale dove c’è soltanto un bell’ascensore vetrato e nient’altro. Ci entriamo e gli chiedo a che piano dobbiamo salire. Mentre cerco i numeri, noto che c’è soltanto il numero uno. «Esatto. Al primo e all’unico. C’è solo un piano». Non ci posso credere. Comincio a ridere sarcasticamente ad alta voce. «Solo un piano? Ma non potevamo salire a piedi?». «No, non si può. Non c’è una scala».

Il viaggio verso il primo piano dura un’eternità e io inizio a tremare. Naturalmente, Jean lo nota e cerca di farmi rilassare in tutti i modi, dicendomi che prima o poi capirò tutto. Finalmente arriviamo. La porta dell’ascensore si apre e sento tante voci che ridono, cantano, sento la musica, il cin cin dei bicchieri. Meno male. Meglio questo che il silenzio totale. «Ora vedrai tutti i nostri amici». «Amici di chi?». «I miei, i tuoi, anche quelli che conoscono il tuo fidanzato». «Ma, scusa, che ne sai tu del mio fidanzato?». «Solo quello che mi ha rivelato il tuo aspetto di oggi pomeriggio». Entriamo nella sala, o meglio, nel salotto. Tanta gente che fuma, che strano. Mai visto tante pipe in vita mia. La musica proviene da un’enorme radio-giradischi. Vedo tante coppie che si baciano, ma non si nascondono dagli altri. Non c’è una vera e propria intimità. Jean si allontana da me per prendere qualcosa da bere. Sono ammaliata dai vestiti, dalle donne affascinanti, dagli uomini così eleganti. Non mi sento esclusa, per la prima volta nella mia vita mi sento di appartenere veramente a un posto. Osservo tutti e all’improvviso apro la bocca, stupita! Mi sembra di intravedere in lontananza il giornalaio e la signora della boutique, ma forse non sono loro. Sembrano troppo giovani. Jean si avvicina con due bicchieri nelle mani e mi presenta agli amici. Tutti mi sorridono, mi chiedono del mio Paese, dei bombardamenti di dieci anni prima, delle conseguenze. Io gli dico che sono passati più di dieci anni dal 1999 e loro ridono, mi dicono di essere simpatica e che, in effetti, così bisogna comportarsi anche parlando delle più grandi catastrofi. Con ironia e non sentendo la loro vicinanza. Dapprima non li capisco, ma poi mi rendo conto che loro si riferiscono ai bombardamenti della Seconda guerra mondiale. In effetti, qui si vive negli anni Cinquanta, ma mi sembra di conoscere benissimo queste persone. Ci manca solo Ivan. Sì, non dovrei pensare a lui in quest’occasione, ma sono sicura che gli piacerebbe. Mi ha spesso parlato dei suoi sogni in cui viaggiava nel tempo e incontrava la gente famosa. Io ridevo e gli dicevo che avrei voluto sognare con lui gli stessi sogni, così come facevamo le stesse cose quotidianamente: «Amore, immagina! Mangiamo lo stesso cibo, vediamo lo stesso film, beviamo lo stesso vino, leggiamo lo stesso romanzo e poi sogniamo lo stesso sogno!». Lui allora rideva più di me, dicendo che ciò non sembrava molto probabile. Che, di certo, era bello, ma che un’altra cosa era fondamentale: «Bello, sai! Però, più che sognare gli stessi sogni dormendo, molto più importante, secondo me, è sognare lo stesso sogno da svegli». Eh, sì. Sapeva stupirmi con le sue parole. Ora mi chiedo che sogno stavo sognando? Forse, in effetti, sono sempre stata troppo addormentata per i suoi sogni. Quando vuoi realizzare il sogno di qualcuno, il sogno per qualcuno, devi essere sveglio più che mai.

A un certo punto, sento una mano che sfiora la mia. E la voce di Jean: «C’è un signore che ti vuole conoscere. È lì». Mi indica un ragazzo giovane seduto su una chaise longue. Lo guardo e lui sorridendo si alza, mi invita con la mano, offrendomi un bicchiere. Ho già finito più bicchieri, tra quello di Jean, un’altro offerto da una signora, poi da una ragazza, adesso da questo tipo qui. Ha un paio di occhiali che sono sicura di aver già visto tantissime volte. Montatura nera e non molto sottile. Ma dove cavolo ho visto questi occhiali? Mi sembra di aver visto anche i suoi occhi. Non mi ricordo dove. Ha vent’anni più o meno. Con tanta simpatia (anche la sua simpatia mi sembra di conoscerla un po’) e con una voce vivissima mi dice: «Ciao, sei un’amica di Jean, vero? Stiamo facendo un nuovo film. Ti piacerebbe recitare? Ti vedrei perfetta per un ruolo che ho immaginato qualche giorno fa». «Io che recito? Ma stai scherzando? Non l’ho mai fatto!». «Potresti provare! Secondo me saresti ideale per questa nuova storia d’amore». «Dimmi solo che si tratta di una coppia che si lascia. Hai ragione, forse sarei proprio ideale!». «Oh, no! Scusa! Non sapevo che soffrissi!». «Ti sembro una che soffre?». «Ora sì. Prima, quando ti ho vista, no. Sembravi felice». Non sapevo che cosa dire. Poco prima stavo pensando a Ivan. «Ma, dimmi, di che cosa parla questo film? Sei tu il regista?». «Sì, io. Sono giovane, come vedi, ma credo in quello che faccio perché lo amo. Allora, si tratta di una coppia che vive tutte le differenze tra un uomo e una donna. Vorrei far vedere le differenze nella percezione dell’amore, del desiderio, tramite questo film». «Non capisco. Quali sarebbero le differenze?». «Una storia d’amore che inizia come tutte le altre. Loro due stanno insieme, fanno tutto insieme, ridono, piangono, dopo tanti anni decidono di vivere insieme, vogliono fare i figli, cominciano a portare tante piante nella casa, i mobili, poi litigano per le pulizie, ovvero, tutto ciò fa lei. Lui muore dalla paura. E per poter vincere la paura, per poter dimostrare che la sua vita non finirà presto, comincia a incontrare altre donne, ma amando solo lei. Lei, ovviamente, non ne sa nulla. Poi, dopo un paio di anni, quando lui si rende conto di amare veramente lei e che la vita con lei è l’unica vita che vorrebbe, lei scopre tutto ciò che lui aveva fatto leggendo una lettera anonima con varie testimonianze, spedita da una ex amante per pura cattiveria. Oh, che c’è? Piangi?». «No… Scusa, è per il fumo. Continua, per favore. Lei che cosa fa?». «Lì iniziano a dialogare veramente. Iniziano a capirsi. E lei gli perdona. Lo fa perché capisce che non esiste un solo modo giusto di amare. Perché amare non è chiedere all’altro di fare quello che piace a noi stessi». «Ma se l’altro ci ama, non dovrebbe fare tutto per non ferirci? Per renderci felici?». «In questo preciso caso, è stata la ex amante a provocare le ferite. Lui non voleva farlo. Sì, non è bello quello che ha fatto, ma non voleva farla soffrire. Però, vedi, lui è uomo. Qui non voglio giustificare il suo comportamento, ma solo far vedere le differenze che esistono. Ovvio, non tutti gli uomini hanno le storie clandestine, ma anche se un uomo non fa mai ciò che fa il mio personaggio, credimi, tutti gli uomini lo desiderano. Lo fanno mentalmente». «E quali sarebbero le differenze nel percepire l’amore, come dicevi?». «Vedi, voi donne siete sempre uguali nell’amore e volete sempre una sola cosa: passare tutta la vita con l’uomo del quale siete innamorate. E solo con lui, anche se lui può cambiare tante volte. È vero, le ragazze diventano mature prima dei ragazzi. Così siete voi donne, che ci possiamo fare. Già a sei anni vi incollate a uno di noi che non capisce che cosa volete! A sei anni noi vogliamo solo il pallone. Voi siete inesistenti. Quasi. Mentre voi volete tutto con noi. A nove anni, quando noi finalmente capiamo quello che volevate, e finalmente ve lo facciamo sapere, strappando il vostro quaderno o ridendo quando passate e cercando di prendervi in giro, voi non ci notate assolutamente. Andate matte per uno che ha dodici anni. E volete tutto e solo con lui. A quindici-sedici anni, non ne parliamo proprio. Siete già pronte per sposarvi e passare tutta la vita con il vostro amato, mentre l’amato, se è coetaneo, sta con voi per fare il figo e un po’ per gli ormoni. La testa invece vuole cose ben diverse. Per esempio, fumare le canne e bere le birre con gli amici. Giocare ancora a calcio. Poi, intorno ai vent’anni, pensate di stabilirvi davvero, di trovare l’anima gemella, ma quell’anima gemella vuole tutto dalla vita. E vuole tutte nella vita. Non pensa ad altro che al tempo che passa. E vuole scopare, scopare, scopare. Sì, forse ama solo voi, ma non pensa proprio ai figli e alla famiglia. Voi, ovviamente, sognate sempre lo stesso sogno. Poi, magari, dopo i trent’anni, o dopo i trentacinque, noi finalmente desideriamo quello che avete sempre desiderato voi, ma voi, come la protagonista del mio film, scoprite qualche cosa che potrebbe rovinare il sogno. Perché la vita è un film! Ci vuole sempre un po’ di veleno. Altrimenti, a che serve viverla? Tu vedresti un film dove non accade niente? Dove tutto funziona bene, dall’inizio fino alla fine?». «Beh… No…». «Esatto! Dunque, voi scoprite le nostre storielle segrete, oramai passate e chiuse, e vi trasformate nelle bestie capaci di rovinare veramente tutto, proprio quando tutto sembra così tranquillo. Se ciò non capita, o se voi accettate noi così come siamo, arrivano altri anni, le situazioni sono più o meno sempre quelle, mentre voi avete sempre lo stesso desiderio: passare tutta la vita con quello di cui siete innamorate. Anche se quello non è più il vostro marito. Non importa. Importa che sia quello del quale siete innamorate. A noi, invece, non importa più così tanto. Poi, piano piano, arriva una certa età, e a noi non ce ne frega più nulla delle donne. Non esistono più. Mentre, voi, pure a settant’anni, state ancora sognando di un amore unico al mondo». «E quindi? Questo tuo personaggio ama questa donna o no?». «Secondo me, sì». «Ma se lei vuole essere l’unica per lui, così come è lui per lei, perché lui non lo accetta?». «Ma è l’unico fino a quando? Fino al momento in cui non arriverà un altro per cui lei perderà la testa. Vedi, la donna, anche se vorrà sempre un unico amore, raramente sarà innamorata solo di un solo uomo. Però, quando è innamorata, vuole tutto e solo con lui e non pensa che a lui. Mentre, l’uomo, anche quando ama una sola, desidera tante. E desiderando altre, può amare una sola dalla quale tornerà. Mentre la donna, come comincia a desiderare un altro, non torna mai più veramente da quello che dovrebbe essere il suo lui. Mi sembra che tu l’abbia capito, hm? Quindi? Accetti il ruolo?».

Non mi ricordo quale fosse la mia risposta. Mi ricordo solo di aver guardato Jean che prendeva il bicchiere dalla mio mano e diceva che così tanto cognac non mi poteva fare del bene. Poi abbiamo ballato, mi sa, o no. La luce del mattino mi sveglia. Troppa luce. Ma non è più mattino, bensì mezzogiorno. Guardo intorno a me. La mia stanza parigina sembra un camerino cinematografico dove si è appena cambiata un’attrice. Sulla sedia davanti al comodino c’è un abito rosso scuro piegato, un paio di guanti neri, una sciarpa lunga. Accanto alla sedia un paio di scarpe nere. Sul comodino un anello e una pochette. Nel letto trovo il mio cellulare. Lo guardo e vedo un messaggio da Ivan: «Stanotte ho sognato di recitare con te in un film di Woody Allen. Je t’aime».

“Midnight in Paris” in PARIS, TOUJOURS PARIS

PARIS, TOUJOURS PARIS (2016)
Les Flâneurs Edizioni di Alessio Rega

Cari amici, sono molto felice di aver contribuito con un mio racconto al libro PARIS, TOUJOURS PARIS. Si tratta di un’edizione digitale, costa solo 99 centesimi e TUTTO IL RICAVATO VA ALL’ASSOCIAZIONE DI RITA FRANCESE PER L’AUTISMO! Al posto di prendere un caffè, perché non aiutare un’associazione e, in più, leggere undici racconti? Il mio si chiama MIDNIGHT IN PARIS, un omaggio a tutti gli uomini d’altri tempi.

Ecco un assaggio:
“Vedi, la donna, anche se vorrà sempre un unico amore, raramente sarà innamorata di un solo uomo. Però, quando è innamorata, vuole tutto e solo con lui e non pensa che a lui. Mentre, l’uomo, anche quando ama una sola, desidera tante. E desiderando altre, può amare una sola dalla quale tornerà. La donna, invece,come comincia a desiderare un altro, non torna mai più veramente da quello che dovrebbe essere il suo lui. Mi sembra che tu l’abbia capito, hm? Quindi? Accetti il ruolo?».
Tratto dal mio racconto “Midnight in Paris” in PARIS, TOUJOURS PARIS (Les Flâneurs Edizioni)14695333_10211369591183351_6713954071858105230_n
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Nomen est omen

Non mi chiamo Milika. Mi chiamo Mìliza. Sì, con l’accento sulla prima i e immaginate che al posto della c ci fosse una z. Sì, così si pronuncia. Mìliza. Ormai, però, mi sono abituata anche alla pronuncia “milika” e quando qualcuno mi chiama o telefona chiedendo “parlo con milika?”, io rispondo “sì, sono io” (anche se, in realtà, non sono io). Ecco perché, per evitare discussioni e spiegazioni inutili nelle situazioni in cui bisogna sbrigarsi quanto prima, dire soltanto il proprio nome e basta, io non dico più il mio nome. Quando ordino una pizza, quando aspetto in fila, quando prenoto una visita, i biglietti, cena eccetera, dico di chiamarmi Maria o Elena o Angela. In questo periodo mi chiamo soprattutto Elena. E sicuramente non a caso ho scelto questi tre nomi. Le loro melodie esprimono un sentimento particolare e ognuna di esse è legata a un mio stato d’animo. Dunque: piacere, Elena/Maria/Angela. Però, non è sempre così facile. A volte non si scherza (anche se io, credetemi, non scherzo nemmeno quando sono elenamariaangela) e devo dire come mi chiamo veramente. Accidenti se il mio interlocutore deve pure annotarsi il mio nome corredato dal cognome. La migliore delle situazioni è questa:
– Milica Marinković.
– Come?
– Si pronuncia con la z, ma si scrive con la c. Come se dovessi dire “milika”. Nel cognome, invece, c’è la kappa.
– Aspetta, aspetta. Mi fai lo spelling?
– Volentieri!
E vissero tutti felici e contenti.
Ovviamente, non sempre sono così fortunata. Spesso, come sente il mio nome, l’interlocutore chiede di dove sono. Quando dico che sono Serba, non potete immaginare tutti i commenti che io possa sentire. A volte, anche se siamo a luglio: “fa freddo ora in Serbia?”. Oppure: “Tifi per Partizan o Crvena zvezda?”. La mia risposta sarebbe “non me ne frega un ca**o”. Non ci credereste, ma capita pure: “Che ore sono adesso lì?”. WTF?! Oppure: “Ma è vero che siete tutte così belle in Serbia?”. Provare per credere, direi. Oppure: “Ah, sono stato a Dubrovnik!”. Dopo quest’ultima, ci sarebbero mille e mille interpretazioni da fare. Ma di solito mi viene da dire: “sì? Anche io sono stata a… Vienna, per esempio”. Oppure: “come si vive ora in Serbia?” e così via. Comunque, poco tempo fa mi è capitata una bellissima.
Al negozio Fastweb.
– Milica Marinković. (E per facilitare, pronuncio all’italiana.)
– Come, scusa?
– Aspetta, ti do il documento, così fai prima.
– Ma no, dai.
Mi fa vedere scritto “milika”.
– Così?
– No, con la c al posto della kappa.
– Ok. E il cognome?
– Con la kappa.
– Bene. Così?
Sì, ha scritto con la kappa, ma forse per impressionarmi, alla fine ha messo CH. Dunque: Marinkovich. Io cancello l’acca e scrivo correttamente: Marinković. Lui:
– Ah, con l’accento…
– No, non è un accento, però non importa. Va bene Marinkovic, anche senza “accento”.
– Ok, ora spero di cavarmela meglio con l’indirizzo mail!
– Beh, sì, ora che la prima operazione è compiuta, sarà facile. Semplicemente, solo: nome punto cognome chiocciola gmail punto com.
E mentre non vedo l’ora di firmare e di andarmene, lui, impaurito, chiede “Così?” e mi fa vedere questo: “nome.cognome@gmail.com”.
Da spararsi o da spararlo?
Ma, ditemi voi, sono io che non so spiegarmi o il mio nome è davvero da evitare? Se nomen est omen, da evitare sarei, poi, io.

Nostalgia del divieto

Puoi uscire di casa in qualsiasi momento ed è vita, in questa città. Tutto trabocca di movimento, voci, birre, cibo, libri, mani, abbracci, sguardi. Le persone dialogano, i corpi comunicano e persino le tue narici si colmano di fumo. In un angolo senti l’odore di tabacco o quello di vaniglia o quello delle canne. È tutta vita questa città, perché è mente e corpo. La dotta, la rossa e la grassa. Colore del sangue, della passione, della rivoluzione. Incrocio di quelli che ci nascono e di quelli che ci arrivano. Libri nuovi e usati, ma non abbandonati, manifesti, locali pieni di gente, biciclette che scorrono, biciclette che si rubano e rivendono. Aperitivi, mortadella, carne, prosciutto. Crudo. All you can eat, of course. E chissà perché, ma in questi momenti traboccanti di sensazioni, io becco la mia mente che canticchia le canzoni dei Nirvana. E pensavo di averle dimenticate. No, non è un paradosso. Perché “nirvana” è beatitudine, è estinzione dei desideri. In effetti, i migliori momenti che ho vissuto sono sempre stati legati a una perdita, a un istinto di morte. Ogni volta moriva una parte di me. Un desiderio, una paura. E ora, in questa piazza piena di studenti, di turisti, di marocchini “ciao bela”, di innamorati, di amici, ecco che si sveglia in me quella sedicenne ribelle con la voglia di scappare di casa. Solo che ora non c’è nessuno a vietarglielo. No, il tempo non è passato. Il tempo non passa. Passo io. E tu con me. Nevermind.

Compagno di viaggio

Per i miei compagni di viaggio, nel senso letterale del termine, preferisco i vecchietti ai giovani. I giovani sanno solo coprirsi le orecchie con le cuffie, ascoltare musica, scorrere la bacheca di FB e ogni tanto fare qualche commento stupido. Con i vecchietti, invece, è tutt’altro. Ti riportano nei tempi d’infanzia, quando ogni viaggio si aspettava con impazienza e gioia, quando non vedevi l’ora di partire e poi di arrivare. Le persone anziane, nei treni, si comportano un po’ come i bambini nei pullman quando vanno alle prime gite scolastiche. Appena saliti a bordo, realizzano il loro obiettivo desiderato – tirare fuori dallo zainetto i panini per la giornata e mangiarli, per poi annoiarsi osservando il paesaggio attraverso il vetro. Il mio compagno di viaggio di oggi era un signore di ottant’anni circa. Educato, gentile, garbato. È salito sul treno portando con sé una grande valigia, un borsone e uno zainetto. Ben pettinato, camicia bianca. Fuori faceva molto caldo e, aggiunti gli anni e il peso che trascinava, la sua stanchezza era del tutto normale. Il sudore gli bagnava la fronte. Prima di sedersi accanto a me, è andato in bagno per rinfrescarsi e profumarsi. Poi è tornato, ha preso dallo zainetto un panino, l’ha mangiato. Subito dopo ha mangiato un altro. E subito dopo anche un terzo. Finiti i panini, ha accuratamente pulito il tavolino davanti a sé, raccogliendo pure qualche briciola di pane finita a terra. Poi tirava fuori le fotografie in bianco e nero, le guardava e sorrideva. Prendeva alcuni biglietti da visita, sfogliava un’agenda con numeri di telefono e appunti vari. Ha telefonato alle persone che lo aspettavano a Milano, dicendo che tutto procedeva bene e che non stava seduto accanto al finestrino. Finita la conversazione, si rivolge a me:
– Signorina, esce molto vento dalla finestra?
– L’aria condizionata?
– Sì! La volta scorsa ero seduto lì, che freddo che avevo! Se vuole, ho qui un nastro.
– Un nastro?, sorrido, incuriosita.
E sì, lui tira fuori dal borsone un intero rotolo di nastro adesivo, uno scotch bianco, e io acconsento alla vicenda, gli dico di poter bloccare l’aria condizionata. Tutto contento, prende anche un paio di piccole forbici, comincia a tagliare il nastro, mentre io, spostandomi, faccio cadere la mia trousse. Uno degli oggetti ne esce e va rotolando per metà carrozza. Si alza un viaggiatore e chiede:
– Di chi è ‘sto cacciavite?
Tutti guardano.
Io: – il mio.
Lui, incredulo, mi guarda alzando gli occhi al di sopra del bordo della montatura dei suoi occhiali e si avvicina per portarmi il mio cacciavite (il posto migliore che avevo per lui tra tutte le cose che portavo con me era, appunto, la trousse dove l’ho messo accanto al mascara e alla matita). Il signore arriva, mi dà il mio cacciavite, e rimane ancor più stupefatto vedendo il mio compagno di viaggio che aveva appena finito di incollare il nastro sotto la finestra. Il viaggiatore se ne va al posto suo, il vecchietto e io sorridiamo, complici. 🙂

Pierre

“Pierre” è un racconto-sogno. Lo spin off del mio romanzo Piacere, Amelia. Vi invito a leggerlo/sognarlo, anche cliccando QUI.

***

Osservo il letto nella camera del B&B a Roma. Il nostro letto. Affittato. Quindi qui dovevamo fare l’amore per la prima volta? O forse l’avremmo potuto fare già all’aeroporto? Durante il viaggio non ho fatto altro che immaginare il nostro abbraccio, l’espressione che avrei trovato sul tuo volto, la luce che mi avrebbe accolto dai tuoi occhi. Sono solo, adesso. Non ho nemmeno voglia di uscire ed è meglio così. Chissà, forse cambi idea e torni. In effetti, è meglio restarci. Almeno così non rischio di perderti, ancora una volta. Sarò qui ad aspettarti. A sognarti. Sarò qui per sempre se vuoi, anche se so quanto fastidio ti danno i “per sempre”. Forse, soprattutto, i miei “per sempre”. Perché? Per il fatto che sono così contrari ai tuoi “mai”? Dato che sapevi che non avresti mai avuto il coraggio nemmeno per un giorno, figuriamoci per sempre? E non mi hai mai creduto. Hai sempre pensato che il mio fosse un amore falso. Un modo per averti come un videogioco. Una bugia. Perché mi hai fatto tutto questo? Mi hai preso in giro? Hai avuto paura? Ma paura di che cosa? Paura di me? Di quello che ti avrei detto? Oh, quanto ti ho desiderata.

Sai, da quando ho notato la tua presenza nel gruppo letterario su Facebook, ho subito sentito una strana vicinanza con te. All’inizio, ho pure pensato di averti incontrata da qualche parte, forse in Italia, per strada, in una piazza, in un bar, o forse all’aeroporto. E forse è vero. Chissà con quante di quelle persone che incontriamo quotidianamente abbiamo tanto in comune. Forse la persona che incontri ogni giorno sul treno non la incontri per caso. Nulla succede per caso, mia cara. Siamo noi che abbiamo ridotto ai casi tutti i mancati accadimenti del destino. Siamo noi, credenti traditori, che scappiamo consapevolmente da tutto ciò che non si vede, materializzando pure la nostra anima. Siamo noi che abbiamo ristretto il cerchio di possibili felicità separando i due mondi. Chiamando uno dei due reale e, l’altro, virtuale. Come se qualcuno non può essere felice in quello che chiamiamo virtualità? O come se questa distinzione serve veramente a qualcosa. Dimmi, da che parte stai tu?

Non è che ti ho incontrata quando ero ancora bambino, durante uno dei viaggi in Italia con mia madre? Forse abbiamo pure giocato insieme, costruito i nostri castelli di sabbia? Dove andavi al mare da piccola? In Calabria, giusto? Allora, è molto probabile. Anche mia madre è di origini calabresi, ma non te l’ho mai detto, per una speciale ragione. E la ragione ce l’ha il mio cuore, il mio lato intuitivo. Ho preferito aspettare il vero incontro con te per abbordare il tema materno, sempre particolare. Le tue parole, i tuoi puntini di sospensione, i tuoi silenzi e le tue strane pause tra le frasi, ogni volta quando ti ho chiesto qualcosa sui tuoi, mi hanno fatto capire che era meglio non esporti all’imbarazzo. Nonostante la virtualità delle nostre conversazioni, esse potevano pure provocarlo, come vedi. Potevano far nascere anche diversi sentimenti, tante emozioni. Affetto. Tenerezza. Cura. Pazienza. Preoccupazione. Desiderio. Molto desiderio. Paura. Timidezza. Curiosità. Innamoramento. Mancanza. Gioia. Ho cominciato a pensarti tanto, sempre. E, pensandoti, sorridevo. Ti immaginavo gioiosa, timida e avida nello stesso tempo. Tutto ciò mi faceva starti vicino, i pensieri mi portavano sempre te. Allora, come è possibile che tutto sia così semplicemente virtuale? Per me non lo è, sai? Non lo è, perché la cosidetta virtualità suscita emozioni vere, reali. Dunque, se ti sento, se ti voglio, se mi fai sudare, ridere, piangere (ammetto, dopo averti aspettata per più di tre ore all’aeroporto, mi sono messo a piangere), come puoi essere virtuale? Come può tutto ciò successo tra di noi essere virtuale? Certo che non può. Se è successo, esiste. Se il mio corpo reagisce, tutto è reale.

Forse ti sei nascosta nel grande armadio davanti a questo letto sul quale mi trovo? Mi senti mentre ti parlo? Parlo o penso? Mi senti con le orecchie o con il cuore? Ma dove sei sparita, Amélie? Forse non sei mai esistita? Dimmi, Amélie, dov’è il confine tra il reale e il virtuale? Dov’è la frontiera tra la realtà e il sogno? Dov’è? Dove sei?
Piacere, Amelia di Milica Marinković
Les Flaneurs Edizioni
Foto copertina di Alex Gallo Revoltmasked

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Prove di dialogo

E dai, ti prego, basta con le “cose da donna” e le “cose da uomo”; basta con la storia dei ruoli e roba del genere, anzi… “di genere”!  Tu dici: «E se questa storia dipendesse proprio dalle donne?». Ancora? Scusa, ma quante volte la malattia universale dovuta a un virus inculcato da voi maschi deve dipendere da noi donne? Quante volte ancora dovremmo accettare sulle nostre spalle il frutto delle vostre paure?
Caro figlio, lasciami dire che quando hai visto la luce del sole uscendo dal buio della mia caverna e quando il tuo pianto ha spinto tuo padre verso il pianto, mentre io mordevo il labbro inferiore assaporando il sale del mio stesso sudore, non pensi che in quello stesso momento potevamo superare quel luogo comune che a me impone la sensibilità e a tuo padre la forza?  E adesso, ti prego, non accusarmi di essere stata io a trasmetterti certi stereotipi, perché io non ti ho mai vietato di piangere facendo ricorso all’alibi della mascolinità. Io non ho mai rifiutato di fare anche “cose da uomo” per prendermi cura di te.
E giacché ci siamo, lasciami dire che, se mi sono affacciata alla conoscenza mangiando quella mela benedetta/maledetta, non è stato perché ero sciocca, o ero “costola” (che è peggio ancora), ma solo perché ero curiosa, tanto curiosa. E non me ne sono vergognata, né allora né adesso, mentre tuo padre continua a provare vergogna per quell’infrazione commessa verso un Creatore immaginato come un maschio irascibile e muscoloso. Ora tu mi chiedi se sono pronta ad accettare l’eguaglianza altrimenti detta “pari opportunità!”. E allora tu, dimmi, ti senti pronto ad accettarla la cosiddetta uguaglianza oppure, con questa domanda, proietti su di me le tue difficoltà? E sei pronto ad accettare me, la mia persona, insieme al mio corpo che ti ha dato vita, al mio cuore che ti ha amato e alla mia testa che ti ha insegnato ciò che nessuna scuola saprà insegnarti mai? Che tu lo voglia o no, che tu lo sappia o no, sono stata la tua prima maestra, il tuo medico, l’architetto dei tuoi primi castelli, perché io posso fare tutto ciò che fa un uomo e anche quello che egli non potrà mai. Posso dare vita proprio come un Creatore, il che spiega molte cose, a cominciare dalla Sua “gelosia”, che Egli non è riuscito a smaltire del tutto.
Sta proprio in questa “gelosia”, forse, l’origine di tutti i ruoli e di molti mali. Ecco spiegata l’origine della mentalità che divide carnefici e vittime. Sai, io posso accettare tutto, tranne quest’ultima idea, perché non accetterò mai il ruolo di vittima. Lo rifiuto con forza. Anzi, con la stessa forza affermo che, al posto di accettare ulteriormente, noi donne dovremmo cominciare a rifiutare e a chiedere che ci venga restituito ciò che, se ci pensi bene, “in principio” era nostro. Ad esempio, chiedo ai migliori chef di lasciarci un po’ di spazio nelle cucine al di fuori dei fornelli domestici, dove invece trionfa l’ordine pre-stabilito, servito in tutte le salse: mamma, ho fame; mamma, mi fa male; mamma, come si dice? come si scrive? A proposito, lo vedi? Pure alla lingua che parli hai dovuto dare il mio nome, chiamandola “madrelingua”.
Per tutto questo e altro ancora, stai attento a non passare, sia pure involontariamente, dalla parte di quelli che mi hanno giudicata come immorale, prostituta, strega, tentatrice, stupida e cose del genere, anzi… “di genere”.
In fin dei conti, solo a volerlo, noi due possiamo provare a essere fratelli.
No, non hai capito male; ho detto proprio“fratelli”!

L’incontro con l’uomo del sottosuolo

grazie a F. M. Dostoevskij per aver aperto i miei sottosuoli

Sì, abito nel sottosuolo. Come perché? Pure nell’Eden ci voleva una donna per complicare le cose, figuriamoci qui. Esatto. Io sono la donna del sottosuolo. Hm, non sei contento? Ma non capisci che non puoi essere superiore, che non sei sopra agli altri? Ma come perché? Semplicemente, perché tu sei un uomo del so-tto-suolo. Del sottosuolo alla lettera. Quanto? Non lo so, non me ne vado. Sto qui per farti del bene. Ovviamente, facendoti del male. Quanto fa due più due? Che domanda! Per me fa quattro. No, non perché il positivista lo conferma, ma perché tu lo neghi. Dici che non sei inutile? Però, non sei neanche utile. A che servi? A ottenere l’ammirazione da quelli che disprezzi? L’ammirazione dell’altro che ti fa paura? Io invece ti sarò molto utile. No, non piangere. E non essere autodistruttivo. Ti distruggerò io. Così sarai libero. Ma vivo. E poi mi amerai.

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